Qualsiasi emozione è figlia dell’ego

emozioni

Potremmo definire l’ego come la percezione cosciente che ci fa sentire come noi stessi in quanto differenti dagli altri esseri viventi.

L’ego è come una carta acchiappa mosche alla quale si attaccano tutte le informazioni che ci vengono impartite e che caratterizzeranno la nostra psiche. Talune caratteristiche più evidenti si formeranno nei primi anni di vita ma altre caratteristiche meno peculiari e più comuni si tramandano nei millenni e subiscono mutazioni più o meno lievi nel corso delle generazioni.

Se ci rifacciamo alla teoria evoluzionista lo stesso ego non è detto che esistesse in quanto le prime forme apparse sulla terra circa 3,7 miliardi di anni fa sarebbero state dei microbi, probabilmente monocellulari e senza alcuna coscienza egocentrica sviluppata. Anche l’ego dunque, e quindi anche la sofferenza morale (e quasi certamente anche quella fisica) e la percezione di distacco dal resto, sarebbero il frutto del processo “evolutivo”.

Le prime forme di vita che conosciamo erano organismi microscopici (microbi) che lasciarono segnali della loro presenza in rocce di circa 3,7 miliardi di anni. I segnali consistevano in un tipo di molecola di carbonio prodotta dagli esseri viventi.

La prova dei microbi è stata conservata anche nelle strutture dure (“stromatoliti”) che hanno prodotto, che risalgono a 3,5 miliardi di anni fa. Le stromatoliti sono create come stuoie appiccicose di microbi che intrappolano e legano i sedimenti in strati. I minerali precipitano all’interno degli strati, creando strutture durevoli anche quando i microbi muoiono. Gli scienziati studiano le rare barriere coralline di stromatolite viventi di oggi per comprendere meglio la prima forma di vita della Terra
“. (Smithsonian)

Proprio rifacendoci alle strutture coralline, sembrerebbe che quei micro organismi agiscano come se non avessero ego e si sentissero invece parte integrante di ciò che vanno formando.

Il fatto di sentirci differenti dal “resto” e non parte integrante di esso è un concetto relativo, probabilmente costruito e non sostanzialmente oggettivo ma non è questo il momento in cui tratterò tale tema.

Tanto più semplice è l’ego e quindi tanto più vicini si è alla semplice e sola percezione di sentirsi se stessi in quanto differenti dagli altri, tanto meno saremo coinvolti dalle emozioni e tanto più saremo vicini alla pace interiore e un ipotetico “Nirvana”.

Partiamo da quelle che sono considerate emozioni “primarie”. Quelle che dunque provengono da migliaia di anni di “evoluzione”.

La maggior parte delle teorie contemporanee sulle emozioni si basano sul presupposto che le emozioni siano determinate biologicamente. Coerente con questo approccio biologico è la scoperta che alcune emozioni primarie di base, come rabbia, paura, gioia, tristezza, disgusto e sorpresa, sono innate, espresse nei primi sei mesi di vita e associate a specifiche espressioni facciali.

In quanto tali, sono stati ugualmente riconosciuti in diverse culture in tutto il mondo. Secondo Ekman e altri, le diverse espressioni facciali delle emozioni primarie vengono interpretate e riprodotte in modo simile in culture diverse. Sebbene le persone di culture diverse abbiano un successo relativamente simile nel riconoscere le espressioni facciali delle emozioni primarie di base, la stima dell’intensità di queste espressioni, tuttavia, dipende dal contesto culturale.

Immaginiamo che esista un essere umano con un ego basico e non contaminato dai genitori e dall’ambiente circostante. Diciamo una specie “Tarzan” abbandonato appena nato in un’isola deserta e che miracolosamente sia sopravvissuto.

Questo essere avrà ricevuto certe informazioni nel suo codice generico dalle quali non potrà smarcarsi. Si ritroverà dunque con un ego (ossia sentirsi se stesso e differente dal resto). La prima conseguenza dell’ego è l’istinto di sopravvivenza e le emozioni primarie sono un’altra conseguenza diretta.

Rabbia e Paura sono fondamentali per la sopravvivenza in un ambiente a volte o spesso ostile.

La manifestazione di gioia serve principalmente a comunicare cosa ci piace. E’ un segnale che in modo cosciente o incosciente diamo per comunicare: “continua così” “questo è ciò che voglio”…

La manifestazione di tristezza esprime esattamente il contrario.

Perché allora ridiamo e piangiamo anche quando siamo soli?

Se è vero che l’ego è un elemento della nostra psiche che si è formato in milioni di anni durante il processo evolutivo che ci ha portato ad essere ciò che siamo, dobbiamo anche considerare il fatto che non c’è essere umano che, in qualche modo, non parli con se stesso.

Io, dunque, divento anche il mio compagno di discussione. Io divento due e nei casi che vengono definiti “patologici” di personalità multiple posso diventare molti di più.

Ecco che, allora, in mancanza di altri miei simili, tendo a manifestare le mie emozioni al mio “alter ego”.

L’automatismo delle espressioni che esprimono una emozione primaria è anche indotto dalla necessità di trasmettere immediatamente il proprio stato mentale in quanto una latenza potrebbe provocare danni irreparabili.

E’ importante comprendere che qualsiasi emozione ha una definizione nel vocabolario ma non è vissuta da alcuno allo stesso identico modo in quanto è l’ego (o super ego se vogliamo essere un po’ Freudiani) a determinarne l’intensità e le sfumature.

Tornando al “Tarzan” di prima, questi, certamente, vivrà le emozioni (e le manifesterà) in modo estremamente differente rispetto ad un essere umano vissuto in un ambiente confortevole o, comunque, molto diverso.

Soffermiamoci su una emozione estremamente sopravvalutata e decisamente pluri interpretata e decantata: l’amore.

L’amore non fa parte delle emozioni primarie. E’ una emozione surrogata prodotta dall’ego grazie alla quale tanti esseri umani sono riusciti a manipolare intere popolazioni e trarne molteplici benefici.

E’ una invenzione come lo è il tempo. Non ha nulla di realmente oggettivo in quanto se lo avesse non sarebbe soggetto ad interpretazioni soggettive.

Pensate, ad esempio, al Dio infinitamente amorevole che, però, condanna e punisce i “malvagi”. Una creatura infinitamente amorevole non potrebbe condannare e punire alcuno proprio in virtù dell’amore infinito che ha. Poiché l’amore è una emozione per molti versi artificiale (per lo meno la sua definizione e interpretazione), si adatta ai tempi, alle culture e persino ai soggetti (un individuo può giurare amore eterno e 1 mese dopo essersene dimenticato)

Solo per fare un esempio, pensate alle religioni che predicano amore e carità e che, grazie all’amore (degli altri) e alla carità, hanno costruito imperi economici ricchissimi.

Ogni essere umano ha un vissuto e ha un ego più o meno sviluppato e pluri sfaccettato. Per questa ragione non si può generalizzare sulle cause che provocano le emozioni sebbene certamente si possa affermare che queste siano un prodotto dell’ego do ognuno di noi.

La sensazione di amore è prima di tutto il risultato di una emozione che si manifesta verso la proiezione di noi stessi.

Basti pensare ai bambini che abbracciano con “amore” bambole o peluche…

Quell’abbraccio e quella manifestazione di amore è il prodotto di un desiderio di amore verso noi stessi che proiettiamo nella bambola o nel peluche.

Non è un atto “sublime” altruista bensì il prodotto di un sentimento egoista.

La distorsione sociale che viene data al termine amore che ci allontana da una visione oggettiva e grazie alla quale il Sistema trae un beneficio è palese ma è il nostro stesso ego a non volerla vedere.

Affermare io amo per egoismo in un Sistema Sociale che invece proclama l’amore come il frutto dell’altruismo, distruggerebbe il quadro idilliaco che avevo dipinto su di me e mi farebbe precipitare in una realtà più oggettiva ma intollerabile.

Pensate solo a quante promesse di amore eterno vengono fatte ogni giorno e quante di queste vengono spezzate il giorno dopo.

Noi amiamo la proiezione di noi stessi. Questo è il motivo per il quale di fronte ad un film drammatico spesso si piange. Pur essendo di fronte alla palese intepretazione di attori. Noi vediamo noi stessi.

Lo stesso dicasi per tutte le altre emozioni.

Ho paura quando guardo un film horror perché in quel film la mia mente, consciamente o inconsciamente, proietta me stesso.

Qualsiasi emozione è direttamente collegata al nostro ego e quindi riguarda noi stessi e non gli altri.

Chiunque vi suggerisca il contrario e grazie a questo suggerimento tragga un beneficio vi mostra semplicemente il lato che voi volete vedere.

Ma se dono qualcosa ad un povero, non sono altruista? Non lo faccio per amore?

La risposta è no. Lo faccio per me stesso e, dunque, per egoismo.

Come ho più volte espresso, le mie emozioni (e quindi le mie azioni) sono il frutto del mio ego che sarà differente (per sfumature o caratteri marcati) da quello degli altri 8 miliardi di individui sulla Terra.

Il motivo per il quale decido di dare qualcosa al povero andrebbe, dunque, analizzato caso per caso.

Potrei dare qualcosa al povero perché, ad esempio, i miei genitori mi hanno insegnato che dare ai poveri è una cosa lodevole e, per questa ragione, facendolo, in qualche modo mostrerei ai miei genitori (poco importa se sono ancora vivi o no) quanto sono “bravo”. Il mio “governo interiore (ossia quello che minuto per minuto, costantemente mi giudica) valuterebbe con compiacimento il mio operato e mi premierebbe con una “scarica di autostima” o di compiacenza.

Alla fine, però, quel gesto l’avrò fatto per me stesso.

Le ragioni dei miei gesti possono essere innumerevoli ma sono tutte legate al mio vissuto e alla necessità di compiacere al mio ego e al mio “governo interiore”.

Il nostro vissuto (specie i primi anni di vita) delineano in modo significativo la nostra personalità.

 

Comprendo che sia un concetto difficile da accettare perché nessuno di noi ama l’idea di essere egoista ed è proprio questo che determina il nostro egoismo.

Se cominciassimo a fare una profonda introspezione comprenderemmo che qualsiasi gesto compiamo, lo facciamo per noi stessi.

Se riuscissimo ad accettarlo probabilmente potremmo cambiare il Sistema Sociale nel quale viviamo.

L’altruismo è semplicemente una illusione egoica che distorce una realtà che non potrà mai essere oggettiva.

Avere un ego ridotto significa tornare a quel “Tarzan” che pensa solo a sopravvivere, che non “ama” e che non “odia”. Tanto meno ego abbiamo tanto più, nel sistema sociale attuale, saremmo considerati con disprezzo, degli esseri apatici.

E’ l’ego che porta all’edonismo e alla ricerca del “benessere” costruito. Se avessimo un ego ridotto comprenderemmo che l’unico vero benessere è la pace interiore con noi stessi e tanto meno emozioni avremo tanto più in pace con noi stessi saremo.